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Questo è il numero di animali uccisi nel mondo dall'industria della carne, del latte e delle uova da quando hai aperto questa pagina. Questo conteggio non include i miliardi di pesci e altri animali marini uccisi annualmente. Numeri basati sulle statistiche pubblicate da "Food and Agriculture Organization - USA".
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Pubblicato il 21-06-10    Light off
Abbracciamo gli alberi!

tratto da: http://www.testesso.com/tag/abbraccia-un-albero

hugchildtree

 

Hai mai abbracciato un albero?

Io si…e ogni volta è un’esperienza stupenda!

La faccio sin da quando ero piccolo.

 

 

Abbraccia un albero,
e un giorno scoprirai che non solo tu lo hai abbracciato,
anche l’albero ti ha corrisposto, anche l’albero ha abbracciato te.
Allora, per la prima volta,
saprai che l’albero non è solo la forma,
non appartiene solo a una data specie botanica,
è un Dio sconosciuto – così verde nel tuo giardino,
così ricco di fiori, così vicino a te,
ti lancia un richiamo, insistentemente.

 

La mia amica Lucia ha definito l’abbraccio con un albero in maniera splendida: “…ti può dire…siediti sotto le mie fronde….e quando ti rialzi, sentirti sollevato e rinvigorito e comprendere che lui/lei si è preso tutti i tuoi pesi per lasciare spazio alla gioia nei tuoi occhi.”

 

E` possibile abbracciare gli alberi ed avere dei segnali molto forti in cambio. E` un’esperienza alla portata di tutti, grazie al cielo!

 

Il fatto che un albero, e la natura in genere, possano portare una sensazione di piacevole di benessere penso sia condivisa, anche dalle agenzie immobiliari, che ti spacciano due alberelli in un misero giardinetto per un “immerso nel verde”

 

Lo scrittore  José Saramago ha raccontato che suo nonno, prima di morire, è sceso nell’ orto e ha abbracciato i suoi alberi.

 

L’ invito «To hug a tree» (abbraccia un albero), sta scritto sul cartello appeso nei Royal Botanic Gardens di Sydney (Australia).

 

 

Tanti movimenti ambientalisti invitano ad abbracciare gli alberi. Per salvarli.

 

Una bella storia di una donna indiana che, per opporsi al taglio di un bosco deciso dal re, abbracciò un tronco. Venne decapitata, e con lei 300 persone che la imitarono, ma alla fine il re fermò la strage, promettendo che non avrebbe mai più abbattuto alberi. A questa vicenda si ispira il movimento pacifista Chipko, e anche noi dovremmo imparare.

 

Trecento anni fa, più di 300 membri della comunità Bishnoi nel Rajasthan (India), guidati da una donna di nome Amrita Devi, sacrificarono le proprie vite per salvare dall’abbattimento i loro khejri, alberi sacri, cingendoli con le braccia. Inizia con quest’evento la storia documentata del Chipko.

 

L’attuale Chipko è popolarmente riconosciuto come un movimento per la rinascita del potere delle donne e delle questioni ecologiche, la cui storia, nel Garhwal Himalaya, è un mosaico di eventi e di attori molteplici. Mira Behn, una delle più strette discepole di Gandhi, trasferitasi nella regione dell’Himalaya alla fine degli anni ’40, qui cominciò ad osservare le spaventose alluvioni che si riversavano nel Gange. La deforestazione inesorabile e la coltivazione di pini commerciali, al posto di alberi a larga foglia, erano senza dubbio la causa di quanto accadeva. Si fece voce presso i responsabili ed intraprese un progetto comunitario con la popolazione locale, dalla quale imparò che non basta piantare alberi, ma occorreva piantare quelli ecologicamente adatti.

 

La base organizzativa delle donne si consolidò negli anni ’70, che videro l’inizio di frequenti manifestazioni popolari, specie contro lo sfruttamento fatto dagli appaltatori che venivano dall’estero. E’ il tempo in cui Raturi compose la famosa poesia, che diede il nome al movimento:

 

Abbraccia i nostri alberi

 

salvali dall’abbattimento

 

la proprietà delle nostre colline

 

salvala dal saccheggio.

 

http://www.presdonna.it/contentimages/A/cipko.jpgIl movimento si diffuse in tutto il Garhwal e nel Kumaou, grazie alla guida completamente decentrata delle donne locali, legate l’una all’altra in modo non verticale, ma orizzontale: portavano le notizie con le canzoni e le poesie di villaggio in villaggio, di regione in regione.

 

Nel 1973 una donna che stava pascolando le mucche vide alcune persone munite di scuri, chiamò a raccolta le compagne che circondarono questi uomini dicendo: “Questa foresta è la nostra madre. Quando c’è poco cibo, veniamo qui a raccogliere erbe e frutta secca per nutrire i nostri bambini. Troviamo piante e funghi. Non potete toccare questi alberi”. Insieme, istituirono squadre di sorveglianza ed il governo fu obbligato a costituire un comitato, che raccomandò la cessazione per 10 anni dei tagli a scopo commerciale nel bacino dell’Alakananda.

 

Scriveva nel 1978 Sarala Behn: “Dobbiamo ricordare che il ruolo principale delle foreste collinari non dovrebbe essere quello di procurare reddito, bensì di mantenere l’equilibrio delle condizioni climatiche di tutta l’India settentrionale e la fertilità della piana del Gange…se lo ignoriamo si accelererà pericolosamente l’alternarsi ciclico e ricorrente di inondazioni e siccità”.

 

Quasi 10 anni dopo, nel dicembre del 1987, a Stoccolma venivano consegnati due premi: Robert Solow, del MIT, riceveva il premio Nobel per l’economia, per la sua teoria della crescita basata sulla superfluità della natura; contemporaneamente, il premio Nobel alternativo – Premio per il diritto alla vita – è stato conferito alle donne del movimento Chipko che, come leader e come attiviste, hanno posto la vita delle foreste al di sopra della propria e, con le proprie azioni, hanno affermato che la natura è indispensabile alla sopravvivenza.

 

Qui sotto un video di Tiziano Terzani che disse: “Se proprio dobbiamo tagliarlo chiediamogli scusa.”



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