Descrizione - Harry Harlow inventò una serie di raccapriccianti esperimenti per studiare i danni che i cuccioli di scimmia subiscono a causa del distacco dalle loro madri in età precocissima. In uno dei suoi celebri esperimenti sostituì la madre con dei fantocci di vario materiale con i quali i cuccioli interagivano. Vediamo la descrizione di uno di questi esperimenti:
"Il primo di questi mostri era una scimmia di tessuto che, a comando o secondo un programma, emetteva aria compressa ad alta pressione in grado di staccare la pelle dal corpo dell'animale. Cosa fece il cucciolo? Si aggrappò sempre più stretto alla madre, come un bambino spaventato che si attacca a tutti i costi alla madre. Non è stata riscontrata alcuna forma di psicopatologia. Ma non ci siamo arresi. Costruimmo una nuova madre surrogata mostruosa che avrebbe ruotato su se stessa così violentemente da fare tremare i denti e il capo del cucciolo. Il cucciolo si aggrappava lo stesso a lei quanto più forte poteva. Il terzo mostro che creammo aveva al suo interno una struttura di fili di ferro che al momento decisivo fuoriusciva e respingeva il cucciolo staccandolo dal ventre. Il cucciolo aspettava a terra che il filo metallico rientrasse nel corpo del mostro per poi riabbracciare la madre surrogata. Per ultima costruimmo una "madre porcospino", in grado di far fuoriuscire dalla sua superficie ventrale una serie di aculei metallici. I cuccioli ne erano terrorizzati ma aspettavano semplicemente che gli aculei rientrassero per abbracciare di nuovo le madri" (P. Singer, Liberazione Animale, Mondadori, 1991).
Un'altra amenità di Harlow fu un apparecchio per studiare la depressione che chiamò “pozzo della disperazione”. Consisteva in una camera verticale in acciaio inossidabile in cui i lati declinavano verso il basso formando un pavimento arrotondato. Harlow tenne alcune giovani scimmie nel “pozzo della disperazione” per quarantacinque giorni ininterrottamente, quindi al buio, nel totale silenzio, a contatto solo con l'acciaio. Alla fine il ricercatore giunse alla sorprendente conclusione che l’isolamento aveva provocato negli animali: “Un comportamento psicopatologico persistente, di natura depressiva” (P. Singer, Liberazione Animale, Mondadori, 1991).